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Quando il tavolo da gioco diventa uno spazio di cura

C’è qualcosa che noi che ci occupiamo di salute mentale, conosciamo da tempo, ma che fino a oggi viveva soprattutto come osservazione sul campo: stare seduti a un tavolo da gioco, dentro una struttura fatta di turni, regole e obiettivi condivisi, fa bene alla socialità. Quando ho letto i risultati del gruppo di ricerca dell’Università di Plymouth, guidato da Liam Cross e Gray Atherton della School of Psychology, ho avuto la sensazione di trovare messo nero su bianco qualcosa che tocco con mano nel lavoro quotidiano. Attraverso cinque studi che hanno coinvolto oltre 1.600 giocatori, pubblicati sul Journal of Autism and Developmental Disorders e sull’American Journal of Play, la ricerca mostra come i giochi da tavolo offrano uno spazio sociale strutturato, capace di alleggerire la pressione legata all’incontro con gli altri e di favorire la costruzione di legami, con un’attenzione particolare alle persone con autismo.Per me è una conferma, più che una sorpresa. Il gioco da tavolo crea un contesto in cui la relazione passa attraverso operazioni condivise e obiettivi comuni, e questo abbassa la soglia di ansia che molte persone associano all’interazione spontanea. La differenza, sul piano clinico, sta proprio nella prevedibilità: chi fatica nei contesti sociali tradizionali trova in quel tavolo uno spazio prevedibile, dove può esercitare la propria capacità di stare con gli altri senza sentirsi esposto. È uno strumento che la clinica può valorizzare, perché agisce sul legame e sulla fiducia.

Non solo autismo: una funzione che riguarda molti

Il valore dello studio di Plymouth, dal mio punto di vista, sta anche nella sua portata più ampia. Il beneficio documentato per le persone con autismo non è un caso isolato, ma il segnale di un meccanismo che riguarda chiunque viva una qualche forma di fragilità relazionale. Lo si osserva in molti contesti: attività strutturate come il gioco da tavolo aiutano la persona a costruire e mantenere una socialità che il disagio, in varie forme, tende a erodere. Sedersi a un tavolo, dentro una dinamica fatta di turni, attesa e rispetto delle regole, significa esercitare competenze relazionali in uno spazio protetto. È in questa cornice che il gioco assume, per chi come me lavora ogni giorno con la fragilità psichica, il profilo di un vero alleato del benessere. Lo è in particolare per le persone più esposte all’isolamento: chi vive forme di fragilità psichica, le persone anziane, gli adolescenti in difficoltà relazionale, chi attraversa percorsi di cura o di reinserimento sociale. Rispetto della sequenzialita’, turnazione, attesa, gestione della frustrazione quando la partita non va come si vorrebbe: sono micro-esercizi di competenza sociale che il setting del gioco rende praticabili senza il peso dell’esposizione diretta.

Dai dati alla pratica

La conferma scientifica, per noi del Centro Noesis, ha un’utilità precisa: aiuta a far uscire il gioco da tavolo dall’immaginario del semplice passatempo e a riconoscerne il potenziale all’interno di percorsi strutturati. È una direzione su cui lavoro volentieri in dialogo con chi i giochi li produce e li porta nel mondo: una riflessione che abbiamo condiviso anche con Giochi Uniti, casa editrice impegnata da anni nella diffusione di una cultura del gioco come strumento di crescita collettiva. I risultati di Plymouth, in fondo, sostituiscono delle impressioni con dei dati. E quando ci sono i dati, diventa più difficile relegare il gioco a margine. Per chi si occupa di salute mentale, è un invito a guardare al tavolo da gioco non come a un’evasione, ma come a uno degli spazi in cui la relazione può essere allenata, protetta e ricostruita.

La ricerca e le sue implicazioni sono state riprese, tra gli altri, in un’analisi pubblicata dall’agenzia di stampa AGI.

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