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I social fanno male: non è il contenuto, è l’architettura

I rilievi della Commissione europea su Facebook e Instagram dicono una cosa che nel mio lavoro vediamo da anni. Ma una sanzione, da sola, non cambierà la rotta

Il 10 luglio la Commissione europea ha accertato in via preliminare che Meta ha violato il Digital Services Act. Il capo d’accusa non riguarda un post, un contenuto, una scelta editoriale: riguarda il modo in cui Facebook e Instagram sono costruiti. Scorrimento infinito, riproduzione automatica, notifiche push, sistemi di raccomandazione calibrati sul singolo utente. L’indagine, aperta nel maggio 2024, individua in questi meccanismi un carattere assuefacente, e apre la strada a una sanzione che può arrivare al 6% del fatturato mondiale del gruppo.

Per chi lavora ogni giorno con le dipendenze, la notizia non è la scoperta. È la formalizzazione. La Commissione ha messo nero su bianco ciò che noi sapevamo da tempo: i social, così come sono strutturati oggi, possono far male.

Il punto che sposta tutto

C’è una distinzione che vale la pena isolare, perché è il cuore clinico della questione e nel dibattito pubblico si perde quasi sempre. Il problema contestato a Meta non è ciò che l’utente vede. È il modo in cui è costruito lo strumento attraverso cui lo vede.

Il punto decisivo non è il singolo contenuto che scorre davanti agli occhi. È che sia l’architettura stessa di questi strumenti a favorire il rischio di dipendenza. Non è ciò che appare sullo schermo, ma il modo in cui lo schermo è fatto per trattenerci.

La differenza non è accademica. Un contenuto dannoso si rimuove, si segnala, si modera. Un’architettura progettata per massimizzare il tempo di permanenza continua a lavorare anche quando ogni singolo contenuto è, preso in sé, del tutto innocuo. È la ragione per cui il dibattito centrato sulla moderazione — cosa si può pubblicare, cosa va tolto — coglie solo una parte del fenomeno, e non la più importante.

L’ambiente immateriale

Qui arrivo al passaggio che, sul terreno della salute emotiva e comportamentale, cambia la cornice.

Questi non sono effetti collaterali: sono il risultato di come i prodotti sono progettati. E vanno letti per quello che sono diventati, cioè parte di un ambiente immateriale. Abbiamo sempre saputo che l’ambiente materiale ci influenza: l’aria che respiriamo, i luoghi che abitiamo, le relazioni che ci circondano incidono sul nostro equilibrio. Oggi accanto a quello materiale ne esiste uno immateriale, fatto anche di piattaforme e schermi, altrettanto reale e altrettanto abitato. E come ogni ambiente non è neutro: agisce sull’attenzione, sull’umore, sul modo in cui pensiamo e ci relazioniamo.

Ne discende una conseguenza clinica precisa. Se le piattaforme sono ambiente, allora non sono uno sfondo su cui la vita psichica si svolge: sono una delle condizioni in cui si forma.

Quando parliamo di salute non possiamo più limitarci al corpo o alla mente considerati isolatamente. La nostra vita emotiva e i nostri comportamenti si formano dentro gli ambienti che abitiamo, e oggi una parte crescente di quegli ambienti è digitale. Un’architettura pensata per trattenerci il più a lungo possibile lavora, di fatto, contro la nostra capacità di attenzione prolungata: quella che consente il pensiero riflessivo e le relazioni autentiche. Il rischio non è soltanto la dipendenza in senso stretto. È un logoramento più sottile della qualità della vita interiore, che tocca il sonno, l’ansia, il modo in cui i più giovani costruiscono la propria immagine di sé.

È un quadro meno spettacolare della dipendenza conclamata, e proprio per questo più diffuso: non l’utente che non riesce a staccarsi, ma la lenta erosione delle condizioni che rendono possibile stare fermi su un pensiero.

Perché una multa non basta

Sul provvedimento europeo sono insieme favorevole e scettico. La domanda vera è se una sanzione possa bastare a far cambiare rotta a colossi di queste dimensioni. Ne dubito. Basta poco per aggirare anche le regole di buon senso.

Pensiamo al ritorno del feed in ordine cronologico, presentato come una conquista: è rimasto un’opzione marginale, un buco nell’acqua, mentre il meccanismo che tiene incollati alla piattaforma è rimasto intatto. L’esempio è istruttivo. Una funzione può esistere, essere formalmente disponibile, soddisfare un requisito — e restare irrilevante, perché sepolta in un menu che nessuno apre. Conformità formale e cambiamento reale sono due cose diverse.

Il precedente del tabacco

Per collocare il momento in cui siamo, guardo indietro.

Siamo all’anno zero dei social, in termini di consapevolezza dei danni. È accaduto qualcosa di simile con il tabacco: sapevamo delle conseguenze molto prima di dotarci degli strumenti di tutela, e nel frattempo per anni si è fumato ovunque, anche nei luoghi pubblici e accanto ai bambini. Con i social vale lo stesso schema: ora che le evidenze si susseguono, è il momento di fare un passo avanti più deciso. Ben vengano le scelte dell’Europa, ma non illudiamoci: le sanzioni contro colossi dal fatturato pari a quello di un intero Paese non bastano, da sole, a cambiare la rotta.

Il parallelo non riguarda la nocività — sono fenomeni diversi — ma il ritardo. Tra il momento in cui le conseguenze sono note a chi le osserva sul campo e il momento in cui diventano norma passano anni. In quello scarto, le persone continuano a essere esposte.

Cosa succede adesso

La decisione non è definitiva: Meta potrà esaminare il fascicolo e presentare osservazioni scritte prima di un’eventuale decisione formale. Resta il fatto che è necessario trovare gli strumenti giusti affinché rilievi come questo si trasformino in correttivi realmente efficaci per la salute di chi quelle piattaforme le usa.

Nel frattempo, però, la responsabilità non attende Bruxelles. Prendersi cura della salute emotiva e comportamentale significa anche imparare ad abitare questo ambiente con consapevolezza, invece di esserne abitati.

(a cura di Vincenzo Barretta)

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