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Professionisti e droghe, quando il disagio prevale

Professionisti e droghe, quando il disagio prevale. Il consumo di droghe, così come le patologie da dipendenza, rappresentano una delle più diffuse modalità di comunicazione e di espressione del profondo disagio e disadattamento che ben si possono adattare alla nostra società.

Fa sicuramente uno strano effetto pensare che coloro ai quali affidiamo l’educazione dei nostri figli possano avere problemi con le droghe. Ciò che abbiamo di più caro deve essere certamente posto nelle mani più affidabili possibili. Così come accade per i medici, o altri importanti professionisti, che vivono i problemi legati alla dipendenza da sostanze. Il primo impulso che sorge è naturalmente quello di ricorrere a strategie di controllo allo scopo di evitare che i nostri “beni primari“, come i figli o la salute, possano capitare in mani meno che ottime.

Purtroppo, dimentichiamo troppo spesso che, come afferma Zigmunt Bauman, viviamo una società postmoderna che è “liquida”. In una siffatta struttura sociale anche il disagio dell’individuo risulta essere liquido, nel senso che esso assume  la propria  modalità di espressione proprio da  processi e da dinamiche che sono insite in quella determinata organizzazione o sistema. In altri termini, occorre considerare che la società in cui ciascuno vive è in grado di “informare di sé” il disagio psicologico o esistenziale degli individui. In epoca vittoriana la via espressiva prevalente era rappresentata dal corpo e dai processi somatici; la cosiddetta “conversione isterica” era spesso la sola possibilità di manifestare le proprie sofferenze interiori che altrimenti sarebbero rimaste senza voce.

Non è, quindi, un caso che i quadri clinici di tipo isterico siano quasi del tutto scomparsi e al loro posto siano sempre più diffusi i disturbi del comportamento alimentare. Il consumo di sostanze stupefacenti, così come le patologie da dipendenza, rappresentano una delle più diffuse modalità di comunicazione e di espressione del proprio vissuto di profondo disagio e disadattamento proprio perché si “adattano bene” alla  nostra società.

 

L’azione patoplastica delle dinamiche sociali è un oggetto di studio estremamente interessante. Parrebbe quindi più opportuno offrire aiuto e sostegno, piuttosto che stigmatizzazione e controllo, a tutti coloro che vivono questo tipo di  difficoltà attraverso il potenziamento dei servizi e delle agenzie di supporto e cura. Mettere in atto solo delle azioni repressive o di ossessiva ricerca dei comportamenti devianti, non farebbe che dirottare altrove quelle stesse dinamiche operanti nel costruire le forme e i modi dell’espressione del malessere, cambiandone solo la forma ma non i contenuti sottostanti.

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