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Educazione emotiva e educazione sessuale: due cose diverse, e confonderle è un errore che pagano i ragazzi

Voglio dire una cosa con chiarezza, perché nel dibattito di queste settimane mi sembra che stiamo commettendo un errore di metodo. Stiamo lasciando che un pregiudizio sull’educazione sessuale dei nostri ragazzi — legittimo o meno che sia, non è questo il punto — finisca per condizionare una scelta di tutt’altra natura e di puro buon senso: quella sull’educazione emotiva e comportamentale nelle scuole.

Sono due piani diversi. E tenerli distinti non è un cavillo da addetti ai lavori: è la condizione stessa perché il discorso sui sentimenti e sulle relazioni non venga travolto dallo stigma che, inevitabilmente, accompagna il discorso sul sesso.

Chi come me lavora ogni giorno con le famiglie conosce bene il legame tra educazione sessuo-affettiva ed educazione emotiva. È proprio per questo che voglio lanciare un allarme. Se nelle scelte politiche e scolastiche colleghiamo i due ambiti, c’è il rischio concreto che il primo — con tutto il carico di tabù che si porta dietro — finisca per bloccare anche il secondo. La domanda da porsi è onesta: abbiamo difficoltà a parlare di sesso ai nostri ragazzi, o temiamo che ne parli qualcun altro? Mettiamo pure che sia comprensibile. Ma se rispondiamo a quella paura nel modo sbagliato, rischiamo di mandare all’aria un lavoro ben diverso e molto più ampio, che è l’educazione ai sentimenti.

Riportiamo il discorso su un terreno scientifico

Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: invece di ragionare a partire dalle conoscenze scientifiche — e quindi neutrali — lasciamo entrare l’aspetto ideologico, quello moralistico e moralizzante, a discapito del benessere e della salute delle persone. Io credo che abbiamo il dovere di restare aderenti alle evidenze e, su quelle, costruire strategie di intervento scientificamente fondate. Non costruirle sulle paure.

E le evidenze parlano chiaro. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che tra il 10 e il 20% di bambini e adolescenti nel mondo soffra di disturbi mentali, che metà di tutte le patologie psichiche insorga entro i 14 anni e tre quarti entro i 25. Sono numeri che dovrebbero togliere ogni dubbio sul quando intervenire: presto, prestissimo, e nel luogo dove i ragazzi passano gran parte del loro tempo, cioè la scuola. È la stessa OMS a indicare che la prevenzione passa dalla costruzione, fin da piccoli, di quelle “abilità di vita” — le life skills — che permettono di riconoscere e gestire le proprie emozioni, di affrontare i problemi, di entrare in relazione con gli altri.

E su questo terreno esiste una mole di ricerca che pochi conoscono. Quando parlo di educazione emotiva e comportamentale non parlo di un’opinione, ma di programmi strutturati — come il cosiddetto Social and Emotional Learning — studiati da decenni con strumenti rigorosi. L’analisi più nota in materia ha messo insieme 213 programmi scolastici e oltre 270.000 studenti, dalla materna alle superiori, rilevando nei partecipanti un miglioramento significativo non solo delle competenze emotive e dei comportamenti, ma anche del rendimento scolastico: un guadagno equivalente a 11 punti percentili. Diciamolo senza giri di parole: l’educazione alle emozioni non toglie tempo allo studio, lo potenzia.

Una proposta concreta

Da qui il mio appello, che è anche una proposta. Chiedo che l’educazione emotiva e comportamentale — l’educazione ai sentimenti e alle relazioni a trecentosessanta gradi — entri stabilmente nelle scuole italiane come parte ordinaria dei percorsi formativi, e non come iniziativa occasionale legata all’emergenza di turno. In Italia esistono già esperienze in questa direzione: lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha sviluppato programmi di promozione della salute mentale a scuola fondati proprio sulle life skills dell’OMS e sull’intelligenza emotiva. La cornice scientifica c’è. Gli strumenti ci sono. Quello che manca è la decisione di non lasciare che una battaglia ideologica su un tema affine ne blocchi un altro che con quella battaglia c’entra solo collateralmente.

È una direzione su cui, al Centro Noesis, lavoriamo da anni sul territorio. Con il progetto “Health Point” abbiamo promosso le “Scuole Territoriali della Salute Emotiva e Comportamentale”, appuntamenti divulgativi pensati per condividere con i cittadini le idee e le buone prassi del benessere psichico. La nostra esperienza sul campo ci dice una cosa semplice: quando offri alle persone un linguaggio per leggere le proprie emozioni e quelle di chi hanno accanto, i pregiudizi si sgretolano da soli. Ed è esattamente ciò che dovrebbe accadere, su scala molto più ampia, dentro le scuole.

So bene che è una questione spinosa. Ma se riusciamo a chiarire questi termini e a fare informazione corretta, separando ciò che va separato, facciamo un buon servizio ai ragazzi e alle famiglie. Perché l’educazione emotiva e comportamentale non può e non deve diventare il danno collaterale, la vittima sacrificale di un’altra discussione.

(articolo a cura di Vittoria Marmorini, dottoressa in riabilitazione psichiatrica e psicosociale, psico-educatrice, counselor ed esperta in psicoeducazione familiare)

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