Quando il Ministero della Salute ha deciso di includere, per la prima volta, la salute mentale tra i fronti della risposta sanitaria alle ondate di calore, l’ho considerato un primo passo nella direzione giusta. Un passo da accogliere con favore, ma un inizio, non un traguardo: ora conta come verrà riempito. La misura è contenuta nella circolare del 26 giugno, firmata dalla direzione generale della Prevenzione. Nel corso del 2026 partirà una sperimentazione pilota per monitorare, attraverso una rete di strutture sentinella, gli accessi ai servizi territoriali di salute mentale durante i periodi di caldo estremo. Napoli è tra le 27 città incluse nel sistema nazionale di allerta.
Il caldo non agisce solo sul corpo
Per anni abbiamo pensato al caldo come a un problema del corpo: disidratazione, colpi di calore, scompensi cardiaci. Ma le alte temperature agiscono anche sulla mente, e lo fanno in modo documentato. Deteriorano la qualità del sonno, che è un regolatore fondamentale dell’umore, e in letteratura sono associate a un aumento degli accessi ospedalieri per disturbi psichici nelle fasi di caldo prolungato.
C’è poi un aspetto clinico che invito a non sottovalutare, legato alle terapie. Diversi farmaci di uso psichiatrico — alcuni antidepressivi, antipsicotici, stabilizzatori dell’umore — possono interferire con la termoregolazione o risultare meno sicuri in caso di disidratazione. È un tema che va gestito con il medico prima dell’estate, non durante un’emergenza.
Una convergenza di fattori
L’attenzione, però, non va limitata al termometro. C’è una convergenza di fattori che rende questa stagione difficile per una fascia precisa di popolazione, e il caldo è solo uno di questi. Penso allo svuotamento delle città nei mesi estivi, che dirada le reti di sostegno e interrompe le routine di cura proprio per chi ne ha più bisogno. È un fenomeno che si innesta su un dato strutturale: secondo l’Istat, in Italia le persone che vivono sole sono ormai quasi dieci milioni, e tra gli over 75 la solitudine riguarda circa quattro persone su dieci.
La vetrina estiva dei social
Accanto ai fattori tradizionali, ne indico uno più recente e spesso trascurato, che impatta sulla salute emotiva e comportamentale: la pressione esercitata dai contenuti che affollano i social network nei mesi estivi. D’estate i feed diventano una vetrina di felicità esibita, e per chi è fragile il confronto continuo pesa. Un flusso ininterrotto di vacanze, cene, gruppi, corpi al mare: una rappresentazione selezionata, i momenti migliori altrui messi in mostra. Non si tratta di demonizzare i social, ma di riconoscere un meccanismo psicologico noto, il confronto sociale verso l’alto, che nel periodo estivo diventa particolarmente intenso.
Dare un nome a ciò che si sente
Il punto non è allarmare, ma orientare. Sentirsi soli o in difficoltà proprio quando “si dovrebbe” essere felici non è un difetto della persona: è una reazione comprensibile a un contesto che impone il divertimento come norma. La cosa più sana non è sforzarsi di godersi l’estate a tutti i costi, ma dare un nome a ciò che si sente e, se il disagio persiste, chiedere aiuto.
In questa direzione, la scelta del Ministero di dotarsi finalmente di strumenti di rilevazione va accolta con favore. Misurare è il primo passo per prevenire. Se cominciamo a raccogliere dati sull’impatto del caldo e dell’isolamento estivo sulla salute mentale, potremo costruire risposte territoriali mirate: che è esattamente il terreno su cui un centro come il nostro lavora ogni giorno.
(a cura di Vincenzo Barretta)
